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“1982, Lucio a soli dodici anni, realizza questa opera dal vero, firmandola Lucio Esposito (composizione di barche) olio su tela cm 50 x cm 70”.

 

“ mio padre, il primo ritratto che dedica al padre Antonio, nel 1984, olio su tela cm 50 x cm 70”.

 

“ 1986, immagine di Lucio, mentre dipinge all’interno dell’aula disegno dal vero, dell’ Istituto d’arte di Sorrento”.

 

“1986 (I colori della notte) olio su tela cm 50 x cm 50, realizzata dal vero nelle ore notturne”.

 

“olio su tela, cm 120 x cm 80,(Le due anime con la luna)”.

 

“1986, opera incompleta, (Autoritratto) olio su tela, cm 50 x cm 70”.

 

“ foto di Lucio bizzar, in compagnia di alcuni Galleristi all’interno della Galleria Forum Interart Roma”.

 

“olio su tavola, cm 30 x cm 40 (Cristo)”.

 

“ In alto vediamo un’immagine del padre Antonio e della madre Anna Cappiello, vicini al ritratto del nonno, eseguito da Lucio”.

 

“olio su tavola, cm 35 x cm 20, (il gondoliere in controluce”.

 

“olio su tavola, cm 35 x cm 20, (Venezia suggestiva)”.

 

“ olio su tavola, cm 35 x cm 20, (la piazzetta di Postano)”.

 

“ 1986 Olio su tela, cm 100 x 80, rappresentante il diluvio universale”.

 

“ Olio su tavola cm 35 x cm 20, rappresentante la pietà”.

 

“ olio su masonite, cm 35 x cm 20, (Contemplazione) Bizzar in questa opera rappresenta se stesso durante la contemplazione, prima dell’esecuzione di un’opera”.

 

“La mia famiglia” 2009 opera dipinta dal vero, olio su tela cm 50 x cm 70.

 

 

Biografia

“(il mio paese) olio su tavola, cm 30 x cm 40 ”.

“1984 prima personale, nella sala Comunale di Vico Equense”.Nella culla della costiera sorrentina, a due passi da quello che sarebbe stato uno dei suoi soggetti più amati, l’8 agosto del 1970, vedeva la luce, con il Mare negli occhi e il Sole nel cuore, Lucio Esposito, in arte Bizzar. Come è vero che “il simile scioglie il simile”, così la bellezza, la bellezza platonica ed epicurea allo stesso tempo della Natura, sembrò riconoscere, in quel pargoletto, un’ enorme potenzialità... uno specchio, un bacino, in cui far confluire la propria energia, in uno scambio continuo, arricchito e colorato, che ha un inizio, ma che, in un artista, non può e non deve aver mai fine! E’ il terzo di cinque fratelli, parte speciale di quel Mondo intero che la sua sensibilità gli fa sentire suo e che cercherà di descrivere, giocandoci, utilizzando l’arte figurativa a lui più congeniale, la Pittura. Forse solo il colore, con le sue scelte infinite, nell’infinito esponenziale di combinazioni, di sfumature di chiaro - scuro, poteva sembrargli in grado di esprimere quell’oceanico caleidoscopio di emozioni che un’anima, vergine e recettiva, può provare! Infatti, all’età di soli dodici anni, dimostra di essere un pittore versatile, riuscendo a realizzare opere dal vero, degne di attenzione, come “Composizione di barche” , “Il mio albero” , “Il bambino e l’aquilone. Negli anni della fanciullezza, il suo Universo non poteva che essere quello a lui più prossimo e caro, materializzandosi in una serie di ritratti: “Mio fratello Luigi”, “Mio padre”, “Mio nonno”, il suo primo “Autoritratto”. L’ispirazione, che dà origine al suo nome d’arte “Bizzar”, nasce durante la realizzazione di una delle sue prime opere, quando il padre Antonio, stupito di fronte all’energia e velocità con cui le pennellate venivano stese a tempo di musica, esclamava: “guagliò te staie proprie sbizzarren!” Così, da allora“ immagine di Lucio, all’età di 14 anni, mentre esegue un ritratto”, come tributo d’amore ai genitori, alle sole persone su cui ogni uomo, fin dalla nascita, fa affidamento, confidando di trovarli al proprio fianco, sempre e comunque, battezzò sé “Bizzar”. Questo anche in onore del nonno paterno, maestro di musica, soprannominato “O’ Bizzarro”, che gli ha trasmesso una delle sue caratteristiche, quella di dipingere cullato dalla musica, prediligendo, in particolare, l’armonia del connubio pianoforte - violino. A quattordici anni ha allestito la sua prima Mostra Personale, ricevendo un significativo e gratificante apprezzamento da parte del pubblico e della critica. Fu allora che il padre Antonio (che chiamavano “o’ stoppell” ) gli fece un regalo molto importante, un cavalletto da viaggio. Quando Bizzar lo vide, esclamò: “adesso posso dipingere il mio Mondo!”e un percorso di vita e di arte ebbe inizio. Da quel giorno, lui ed il suo cavalletto divennero compagni di viaggio inseparabili, allaricerca di luoghi e paesaggi reali ed immaginari, il cui richiamo da sempre sentiva imperioso dentro di sé. Cominciò così un’immersione completa nel mare della Natura, per osservarla dal di dentro, per cucire i suoi vestiti, per dipingerne le sue stoffe, stando lì, nelle sue braccia, come quelle della Mamma, abbandonato, rilassato, sicuro di cogliere nell’innocenza della fiducia, l’essenzadelVero. Approfondendo ogni elemento importante “La Torre Eiffel”, opera realizzata dal vero nel 1988, olio su tavola cm 36 x cm 52”.dell’Impressionismo, inizia ad uscire anche nelle ore notturne, per poter dipingere la Luna, realizzando opere molto significative come: “La mia luna”, “Luce lunare, I colori della notte, Io e la Luna, La luna mi segue, La mia chiesetta, La stradina vicino casa mia, Il mio paese, La collina di Solofra, Monte Faito, Le coste di Sorrento, Mare, Il mio Mare, Vico Equense, Il silenzio” e altriancora. Tante furono le esperienze del dipingere dal vero, ma il suo sogno più intimo era quello di recarsi a Parigi, di persona, per poter immortalare sulla propria retina la Torre Eiffel, cosa che gli riuscì al compimento della maggiore età. Realizzò  allora “La Torre Eiffel”, “Parigi”, “Gente di Parigi”, “Io e la Torre”.

Bizzar quando raggiungeva un luogo, si soffermava, lo respirava, ne entrava a far parte e quando“Io e la torre” Parigi, 1988 opera realizzata dal vero, olio su tavola. riusciva a sentirlo scorrere nelle sue vene, allora doveva, con celerità, dare sfogo alla sua ispirazione, come ad uno zampillo di sangue e colore, perché temeva che una permanenza troppo lunga nel suo dedalo interiore, potesse irrimediabilmente condizionare l’ immediatezza e l’ istintività del messaggio ricevuto e personalissimamente filtrato. Bizzar passava  e passa lunghe giornate in riva al Mare, forse l’ unico che, con le sue continue pulsioni, cambiamenti, moti, sempre diversi nel proprio ritmo, possa prestarsi alla rappresentazione dei tempi dell’ Anima. La pittura, come ogni forma d’ arte, nasce da una ricchezza interiore, da una lava viscerale che, però, il confronto con altri, a volte, può aiutare a meglio incanalarla verso l’ atto creativo. Tra i più graditi e sentiti scambi di opinioni, si annoverano senz’ altro quelli con i fratelli Luigi e Ciro, anche loro sedotti dalla magia dei colori. Nella maturazione sentimentale, se non artistica dell’ Autore, va rimarcata la presenza significativa del padre Antonio, di cui un ammirevole ritratto, pronto ad infondere nel cuore dei propri figli, con la generosità azzurra dei propri occhi, energia ed entusiasmo, ogni qualvolta gli si presentasse l’ occasione. Bizzar, all’ età di ventuno anni, si trasferisce nel Friuli Venezia Giulia, perché si arruola nella gloriosa Arma dei Carabinieri, iniziando un nuovo percorso di maturazione e conoscenza, che gli darà la possibilità di poter spaziare, volteggiando, dal pragmatismo di un lavoro sociale, all’ astrattismo di un lavoro interiore, arricchendo l’ uno con l’ aiuto dell’ altro. Infatti Bizzar non abbandona mai il suo cavalletto, semplicemente riesce a conciliare le sue molteplici passioni, approfondendo, da autodidatta, gli studi sugli impressionisti e quelli di psicologia, perché una migliore conoscenza del mondo passa sempre attraverso una migliore conoscenza di sé. La conoscenza di noi stessi ci può poi aiutare a sciogliere i nodi di preconcetti e sovrastrutture indotte, rendendoci liberi di assorbire, come spugne, gli infiniti stimoli dall’ esterno, di metabolizzarli e di restituirli, plasmati, nelle macchie della nostra anima, nelle impronte del nostro animo. Nella sua libertà creativa l’ Artista è aiutato dal non dipendere economicamente dalle sue opere, perché queste sono da considerarsi come delle creature, dei figli... in cui si investe, amando il loro presente, ma anche credendo nel loro futuro. Così Bizzar, a ventisei anni, si trasferisce a Roma, dove continua i suoi studi, approfondendo il panorama artistico del passato e contemporaneo, realizzando opere curate nei loro particolari espressivi, con grande abnegazione e umiltà, ma anche sicurezza e determinazione. Vengono organizzate Mostre e Rassegne che portano il suo nome. Espone in Collettive  in varie città italiane  ed europee, in mostre organizzate a Roma, Napoli, Sorrento, Gorizia, Udine, Parigi e Londra, ricevendo un notevole apprezzamento di critica e di pubblico, che ha contribuito a far lievitare le sue stime. Cominciano ad arrivare premi e riconoscimenti: “European Cup”, “Il Gladiatore D’ Oro”, “Targa Colosseum” ed altri. Viene citato dalla stampa specializzata, gli vengono dedicate delle recensioni da parte di illustri critici e professori, quali M. L. Conti, Ferloni, Bianchi ed altri. Infatti, ad inizio millennio, anche se è difficile e riduttivo stimare il valore di un’ opera con il metro del denaro, le sue quotazioni arrivano anche a dieci milioni delle vecchie lire. Alla fine del duemila e uno, stanco della vita frenetica delle metropoli, con i suoi ritmi tanto diversi da quelli scanditi dal placido rintocco della creatività, ritorna ai patri lidi, anche per essere vicino al padre Antonio, le cui condizioni di salute, nel frattempo, si erano irrimediabilmente deteriorate. Il nove marzo del duemila e due, profondamente scosso per la perdita del suo caro genitore, accusa il doloroso colpo, sentendo il bisogno di sottrarsi al freddo e macchinoso ingranaggio del mercato dell’ Arte e di ritornare ai luoghi della sua infanzia, all’ origine, a quella primigenia energia da cui trarre nuovo calore e nuove motivazioni. Siccome, a volte, proprio dal gioco, dal prendersi in giro e dal mettersi in discussione, si estrapolano profonde Verità, nel duemila e tre, Lucio decide nuovamente di spostarsi. In viaggio... alla volta di quella città italiana, Venezia, che più di ogni altra, con la sua magia, la sua antica giovinezza, riesce a mostrare una bellezza selvaggia, che va osservata ed ammirata, con occhi rispettosi e pudichi, magari celati da una maschera. Così, salutando i fratelli, disse loro: “...ho bisogno di Venezia, della sua malia, di poter guardare il mondo dalla serratura del tempo, attraverso una maschera, che non inibisca gli occhi di quel bambino che sempre dorme e mai deve perire dentro di noi!...”. Lucio comincia quindi la sua nuova avventura, lieto anche dell’ annuncio fattogli dal fratello Luigi, in quell’ occasione, di firmarsi d’ allora in poi “Stoppella”, in onore del padre, ricordato con il suo soprannome.
Il sodalizio lagunare fu proficuo di stimoli ed ispirazione, come se la città fosse un’ unica grande tela tridimensionale, in cui Lucio si immerse, complice la sua maschera veneziana, quasi fosse affetto dalla “Sindrome di Stendhal”.

Un’immagine di Lucio Bizzar, durante il viaggio a Venezia, nel 2003, dove realizza opere interessanti, dopo un lungo periodo di assoluta aridità con la pittura.Furono realizzate opere importanti nella carriera del giovane artista: “Gondoliere in controluce”, “Venezia suggestiva”, “La Magia di Venezia”, “Rivedo in te i miei colori”, “La maschera che mi rivela” ed altre. Bizzar ritorna da Venezia carico di nuova linfa vitale, ritemprato nel corpo e nella mente, perché le dicotomie sono solo sovrastrutture della nostra  mente, mentre in realtà tutto è armonia, riconducibile al Dio di ognuno di noi. In questa fase nasce la sua passione anche per il surrealismo, una corrente artistica che nel superare gli schemi, nel giocare con le forme ed i colori, gli sembra più vicina alla sua nuova filosofia dell’ Arte. Un’ Arte che non deve dividere ma unire, un’ arte capace di cogliere nelle diversità, quel comune filo conduttore, quell’ unilateralità che però non vive di vita propria, ma quale tassello di un unico immenso mosaico di punti di vista, che insieme rendono “vera” la pennellata. Per capire il momento formativo dell’ artista, ci aiuterà citare il discorso rivolto con calore ai suoi fratelli, di ritorno dal capoluogo veneto: “...Venezia mi ha insegnato a scavare in me, che il dolore è parte di noi e che non c’ è conoscenza senza sofferenza. Il dolore è parte di noi e noi parte di esso. Ringrazio Dio per il dono della pittura. Con essa navigo nel mio tempo, in una dimensione trascendente che mi fa sentire la Natura a modo mio. Vedo materializzarsi quella linea che divide la diversità e me camminarci sopra, a piedi nudi, senza riuscire a scorgerla e cogliendo quindi l’ Unione degli Opposti. Ecco, il mio desiderio è riuscire sempre a incedere su questa linea, essere la linea stessa, in equilibrio come un funambulo, immergendomi nell’ una e nell’ altra realtà, senza però bagnarmi di una sola di esse. Mi piace muovermi come su un palcoscenico, al di qua ed al di là del sipario, tra dolcezza e violenza, impasti densi e delicati, tra la luce e la notte, incontrando il crepuscolo, ma non concedendomi mai completamente all’ una o all’ altra. Quando poi l’ opera è terminata, percuoto la tela con pennellate violente, quasi a voler rompere ciò che pur di scontato volesse rimanere, lasciando il messaggio che un’ opera d’ arte non ha mai una fine, ma è sempre nel suo divenire che va rappresentata...”. Nel suo lavoro di rappresentazione dell’ Armonia , viene molto aiutato dall’ ascolto della Musica, classica in particolare, che sente molto vicina, perché essa usa le note come colori, diverse tra di loro ma capaci di fondersi senza soluzione di continuità in melodie sempre nuove. Nel duemila e cinque, Bizzar entra sempre più a far parte del tessuto artistico locale in particolare, ma anche internazionale. Viene invitato a partecipare ad una Collettiva di Opere di Maestri contemporanei, curata dal Prof. Angelo Calabrese, a Sorrento (NA). Il suo nome appare accanto a quelli di rinomati artisti quali Randall Morgan, Alfonso Grassi, Ibrahim Kodra, Antonio Asturi, Roberto Carignani, Carlo Cappuro ed altri. Alla Collettiva viene dato esplicito risalto in un settimanale locale, “Metropolis”. Studiare, leggere, osservare e sperimentare, mai smettere, mai accontentarsi, perché solo “sedendo sulle spalle dei giganti, si può allargare i propri orizzonti”. Nei suoi dipinti, oltre all’ influenza degli impressionisti, si riconoscono i colori sgargianti ed accesi degli espressionisti. Forme e colori pastello rivelano l’ ossequio rivolto a grandi, quali Paul Cézanne e Vincent Van Gogh, anche quando “...la serenità è rotta da surreali turbamenti che sono completezza espressiva al suo messaggio”…(M. L. Conti).

La luce nei quadri di Lucio Esposito è l’ elemento predominante, cangiante e dinamico come lo ritroviamo negli Impressionisti. A volte, però, essa è celata, appena accennata, timidamente, come l’ apparizione improvvisa di una lepre, che circospetta sbuchi dalla sua tana, una luce gentile, svelata soltanto dai suoi riflessi sulla Natura. L’ Artista si dimostra pronto a mettersi in discussione, raccogliendo ogni stimolo, fermento e sfida del suo tempo, come agricoltore che mieta la sua messe, cimentandosi nella rappresentazione di ogni soggetto, con velocità e spontaneità. Nelle sue opere ritroviamo la potente impronta dei Grandi del passato e la freschezza espressiva di un giovane artista del presente, in cui si presagisce tutto il successo di un futuro brillante, di un percorso artistico iridescente e singolare, perché condiviso con passione e dedizione anche dal fratello Luigi, nel frattempo affermatosi come pittore ed dal fratello Ciro, ora apprezzato gallerista.
Così, se vi capitasse di scorgere, nel verde di un luogo solitario o sulle scogliere sferzate da un concitato mare, l’ ombra di un cavalletto, quello potrebbe essere di Lucio Bizzar.
 

A. DE SIMONE

 

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